L’ultimo verso di una canzone, di una ballata di cui mi risuona nel ricordo la voce rauca di una donna, corrosa dalla salsedine e dal rum, trasporta la mia fantasia lontano, in una di quelle bettole, sul cui pavimento squittiscono topi, predatori di gatti, ai limiti del pontile del porto rivolto ad oriente. Odore di muffa e alghe in putrefazione. Barbe e cicatrici ai tavoli, sottomessi ad un fumo sgradevole di scarti di tabacco.
Occupo un tavolo d’angolo con le spalle al muro, così mi ha insegnato un vecchio contrabbandiere, ed una bottiglia quasi vuota si erge al suo centro. Il liquido ambrato impregna ogni mia facoltà, ma non quella di creare situazioni incredibili. Il vociare aumenta ad un tavolo. Qualcuno ha barato al gioco, ma ha assunto un rischio di cui non aveva calcolato le conseguenze. Il suo avversario non era un comune marinaio preda dello scorbuto, ma un intelligente trasformista dall’aspetto cupo e dagli occhi di un profondo blu, come due gocce di cobalto. La rissa è immediata: parole taglienti come coltelli, sedie e tavoli sottosopra. Il grande specchio dietro al lurido bancone esplode in schegge che colpiscono al volto chiunque osi sfidare lo sguardo di quello strano giocatore dai modi eleganti e determinati. Pare che nulla lo disturbi, che nulla lo tanga, mentre osserva quella gazzarra con espressione beffarda, dirigendosi verso l’uscita. Varcata la soglia, tutto improvvisamente si cheta: i corpi si fermano, le armi cadono a terra, solo l’odore del sangue pervade l’aria. Mi verso l'ultimo bicchiere e, in silenzio, confuso, ritorno.
Sono l’unico a battere le ciglia, disteso sul divano. Il posacenere è colmo di fumo aspirato. L'ugola insanguinata mi raschia i pensieri come carta vetrata. In mano la bottiglia è vuota. Non so quanto tempo sia trascorso da quando mi sono imposto questa forzata reclusione, per placare il senso di colpa, il rimorso di non averti soccorso, di non avere compreso quanto fosse furioso il tuo malessere, la tua disperazione. Non scrivo più.
La mia autodistruzione non mi purificherà dal lerciume che mi sento addosso, non avrà il magico potere di strapparti dalla terra e donarti al mio abbraccio, ne sono consapevole; il mio respiro, privo del tuo profumo, è fetido. La cantina è piena…il diavolo si prenda ciò che rimane.
And the devil takes the rest testo di ANDREA OCCHI